GENOVA. CANZONI IN SALITA
Guida alla città e alle sue canzoni
di Marzio Angiolani
Per informazioni: Editrice Zona. Via dei Boschi 244/4 52040 Civitella in Val di Chiana – Arezzo.
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Dei luoghi, delle salite e delle canzoni

È sera, dunque. Il viaggiatore è davanti alla Cattedrale di San Lorenzo, appoggiato forse ai leoni di pietra, con l’aria di chi aspetta consigli. E se è vero che il cibo, da queste parti, si annuncia da lontano e si scova a naso, la musica, invece, merita probabilmente qualche parola in più.

Nei vicoli i locali sono molti, si dividono per genere, frequentatori, carattere. Un tempo erano il regno della malavita, e ancora oggi certe zone non ancora bonificate da luci e lampioni mettono un po’ i brividi. Ma ormai i vicoli sono il regno notturno per eccellenza, si direbbe a malincuore che vanno di moda, e ristoranti, taverne e birrerie sono prese d’assalto soprattutto, ma non solo, da giovani e studenti. I locali dove bere qualcosa e ascoltare musica dal vivo non sono pochi, grazie al cielo. Ma queste non sono righe dove costruire elenchi o, Dio ce ne scampi, graduatorie. Questa guida racconta gli incontri, racconta storie raccolte agli incroci, nella speranza che servano appena ad invogliare, a incuriosire, di certo non a conoscere tutti i percorsi trasversali di questa città e di certe canzoni che le nascono dentro.

E se il viaggiatore ha ancora gambe e pazienza, può staccare il suo peso da quelle criniere fredde di marmo e riprendere a seguire le vie un po’ sbieche di questo narrare.

E allora dando le spalle alla cattedrale si imbocchi alla propria destra Via della Scurreria. Se in mezzo alle solite ristrettezze essa appare fin larga, è perché fu costruita in secoli lontani per collegare il duomo al palazzo della famiglia allora governante, ed in effetti ancora oggi alla fine della strada ci si trova di fronte a Palazzo Imperiale, certo un poco decaduto, ma riconoscibile tra l’altro per l’insegna di una pizzeria che richiama il suo nome, e che serve Margherite e birre chiare al primo piano, in sale dalla memoria remota e dagli affreschi straordinari ai soffitti. Comunque prima di arrivare a codesto nobile palazzo si svolti appena possibile sulla propria sinistra, giù per Vico degli Indoratori (si inizi a familiarizzare con i nomi delle arti antiche), e poi per Vico Morando (il tutto occuperà non più di una ventina di passi corti). Alla fine il viaggiatore si troverà in Piazza Banchi. Un tempo il mare arrivava non lontano da qui, e in questa zona si sdoganavano, si acquistavano e si vendevano tutte le merci che le navi scaricavano nel porto. Era il regno dei potenti banchieri e degli antichi commercianti, del loro coraggio sospettoso, delle loro anime appese al volere dei venti e del mare. E proprio per le loro anime fecero costruire alla fine del Cinquecento, la piccola chiesa di San Pietro in Banchi, sulla sinistra della piazza, a ringraziare le divine gerarchie per aver posto fine alla terribile pestilenza del 1519. Ma i commercianti erano persone d’ingegno e le loro anime abituate a frequentare sempre la trattativa ed il compromesso, così la chiesa venne costruita sopraelevata, ed una scalinata nasconde al piano terreno le vetrine di negozi e botteghe, oggi come allora, incastonate tra le mura sacre.

Dando ancora le spalle alla chiesa (si perdonino i continui sacrilegi) si potrà scorgere in fondo alla piazza Vico De Negri. Ormai le strade si fanno più strette, e i vicoli giustificano abbondantemente il proprio nome. Ma quando il centro storico disegnò tra Medioevo e Rinascimento e poi ancora fino al Seicento i propri confini e le proprie strategie in realtà le cose erano ben diverse. Quasi tutte le facciate dei palazzi che oggi combattono tra il grigio scuro dell’inquinamento e quello chiaro dell’intonaco scrostato allora erano dipinte, con archi e logge affrescate. E poi al posto dei negozi e dei muri lungo le strade si aprivano porticati e colonne e spazi dove il commercio non restava chiuso. Ma il tempo cambiò le esigenze, e le ricostruzioni furono spesso povere di ingegno e di fondi. Negli ultimi anni, però, come in una nuova primavera, pian piano i lavori stanno riportando alla luce testimonianze antiche di archi o loggette, o di una trave medioevale incastonata come un gioiello su una montatura restaurata, e qualche affresco torna a sorridere lungo le facciate. Che il viaggiatore si guardi attorno, dunque, vigile come un cercatore di funghi, e si aspetti ad ogni angolo, lungo la parete meno probabile, quell’epifania tutta personale e straordinaria che è l’incontro con il tempo passato.

Ad ogni modo in Vico De Negri si facciano pochi passi prima di trovare un uscio con fuori una grossa botte, ed una soglia che, senza insegna, recita Ostaia de’ Banchi.

L’Ostaia de’ Banchi è la più antica osteria di Genova tuttora in funzione. È divisa su due sale: la prima a livello della strada con il bancone, i tavoli robusti in legno, e le bottiglie a far mostra ovunque di sé, allineate come in parata. La seconda è incassata di qualche scalino, ha il soffitto a botte, i tavoli radi, e quell’aria antica e calda che solo certi bicchieri colmi e certa musica possono dare. Qui, un tempo lontano, si pesavano le botti di vino prima di essere vendute. Non esistevano contratti scritti, tutto avveniva sulla piazza. Il dislivello verso la sala bassa era senza gradini, una breve discesa per far rotolare i mastodontici barili. Il prezzo e il peso venivano concordati, e poi urlati a voce alta, perché tutti potessero sentire e diventassero testimoni legali di quell’affare, come notai a buon mercato. Ma il vino si voleva assaggiare, e le botti iniziarono ad essere un po’ spillate, un po’ vendute, finendo per essere vendute spillando, e così quei portici divisi da una discesa breve e ripida divennero un osteria, una delle più note. continua