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Le testimonianze lontane raccontano che in quell’osteria si riunivano i compagni di Garibaldi, e così fecero anche poco prima della spedizione dei Mille. Di certo erano periodi incerti, più improvvisati e provvisori, e le rivoluzioni si preparavano anche con i bicchieri di rosso. Come quando, qualche anno prima, il giovane Garibaldi, da poco a capo di un gruppo di mazziniani, organizzò un’insurrezione proprio a Genova. All’ora stabilita corse all’appuntamento, valoroso e intrepido, ma si ritrovò solo. I suoi compagni si erano prima visti in un osteria (forse questa?), avevano bevuto troppo e insieme ai gomiti iniziarono ad alzare anche la mani. A pochi minuti dalla rivoluzione, dalla grande lotta per la democrazia, furono tutti arrestati per rissa. Garibaldi rimase solo e ricercato, e si imbarcò in fretta e furia su un bastimento verso la Francia e poi le Americhe, per scrivere alcuni capitoli della sua leggenda personale. Di tutto questo forse l’Ostaia de Banchi mostra poco, un’antica bilancia appesa sopra gli scalini, quel soffitto a botte e l’aria introversa. Ma dietro il bancone, o ben più spesso in mezzo alla gente, c’è chi è pronto sempre a miscelare liquori rari e storie da raccontare, seduto su uno sgabello che sembra parte delle sue gambe, tanto che a vederlo i piedi in mezzo al vicolo sembra quasi lo abbiano segato. Tutti lo chiamano Gigi (Picetti) e lui costringe da subito a dare del tu. Raccoglie le parole da dietro i bicchieri e tira fuori, con un po’ di orgoglio, un album di foto dove scorrono veloci, ammucchiati laggiù sotto il soffitto a botte, personaggi come Moni Ovadia, il chitarrista Beppe Gambetta, e poi concerti nati per caso di Max Manfredi, o Chicco Sirianni o tanti altri. Picetti studia gli alcolici con l’impegno del filologo e la passione dell’alchimista. Legge antichi trattati, e spiega come la nuova strada per inventare i cocktail sia aggiungere ingredienti che non alterano il gusto, ma al contrario investono l’olfatto mentre il bicchiere si avvicina alle labbra. In questo modo si interviene nella percezione ad un livello più profondo, si alterano le sensazioni coinvolgendo altri sensi. Parla di queste cose mentre prepara un Dahikiri e chiede se lo si vuole speziato. Quando ha tempo è capace semplicemente di sedersi e descrivere per qualche ora gli ingredienti, i liquori, la differenza tra il Rum agricolo e quello industriale. E poi racconta, con quella felicità nel raccontare che i ritmi frenetici rendono così difficile trovare, e con quell’orgoglio un po’ duro ma vulnerabile che mostrano i genovesi, specie davanti al bicchiere. Racconta di cocktail, naturalmente, ma anche di musica, e storia, e teatro. Il teatro si indovina subito dietro certe frasi messe in ordine e finite al momento giusto, che a volte tradiscono l’impostazione, ma si ascoltano con piacere. Come quando snocciola la storia del suo cocktail forse più noto, il Baxeichito. Alcuni amici cubani, per qualche tempo a Genova, gli avevano mostrato la ricetta originale di un cocktail caraibico. Ma un ingrediente fondamentale, la menta, aveva in Italia un sapore troppo forte e completamente diverso dall’originale. I volenterosi cubani iniziarono così a girare i campi e le periferie della città alla ricerca di una menta selvatica più adatta, fino a trovarla nel prato dietro ad una chiesetta di Struppa. Ma dopo un paio d’anni di onorata carriera, il prato venne messo in ginocchio da un inverno troppo rigido. La menta sparì e venne abbandonata, ma al suo posto Picetti pensò ad un ingrediente meno tropicale ma non meno intenso, e dalle giovani foglie del basilico di Prà nacque il Baxeichito, appunto. L’idea venne copiata, e qualcuno cercò di appropriarsi dell’onore dell’invenzione. A quel punto amici artisti, disegnatori e cantautori organizzarono una crociata culturale in favore di Picetti, che dovette registrare il nome del suo cocktail, ma che può ancora oggi raccogliere canzoni, vignette e versi sparsi in onore del suo ligure ingegno. Comunque l’Ostaia de’ Banchi è uno di quei luoghi in cui si arriva senza fretta, si incontrano gli sguardi e le parole, e ci si lascia vincere dal gusto e dal profumo del bicchiere, sperando di capitare in una delle tante sere in cui dopo i pochi gradini, sotto il soffitto a botte, c’è qualcuno che ha voglia di suonare. indietro
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